RAPHAEL CHARLES

-Interview-

“A Casa”, n°47, 2014

DAL PROFONDO

intervista a Raphael Charles

 

Incontro Raphael al Salone Satellite. Architetto di interni votato al design d’arte, 34 anni, Belga. Chiacchieriamo insieme, sedendo su uno dei suoi pezzi di design. Ho in mente una certa traccia di intervista, che cerco di seguire…Ma via via il discorso si stacca dal canovaccio predisposto, proseguendo lungo una linea zigzagante che unisce alcune frasi di Raphael sul senso del suo lavoro, frasi che trovo particolarmente dense di significati. Risvegliano in me l’eco di qualcosa che avevo letto nei miei anni di studio di filosofia. E così, qualche giorno dopo l’intervista, vado a riprendere alcuni testi di antropologia e storia della cultura che trattano del significato degli oggetti nelle società primitive…Seguendo un’intuizione…E ne esce questa storia…

…Nelle culture primitive, l’oggetto non è un’entità isolabile dalle altre e dal resto di un mondo che viene inteso come un cosmo, cioè un insieme di cose ordinate secondo un senso. L’oggetto è un frammento di tale cosmo, cioè dell’universo, della natura e della società che del primo sono tutti riflesso… Negli oggetti che l’uomo primitivo scambia c’è molto più di una semplice “cosa”…Circolando fanno circolare con essi un senso globale, cosmico per l’appunto, ricompongono la relazione dell’uomo con la società e con il mondo intero. Fra uomini primitivi ci si scambia il senso globale di cui la cosa scambiata è un frammento, e quindi, siccome il senso del cosmo è contenuto nei miti che lo descrivono, ci si scambia un racconto all’interno di una comunità che condivide un linguaggio e una memoria. Fino a che ciascuno diventa parte attiva di quel racconto, rimettendolo in scena attraverso lo scambio simbolico nei modi e secondo i riti prescritti dal mito. Raphael pensa che gli utilizzatori ideali dei suoi oggetti debbano avere uno sguardo sul mondo diverso da quello usuale…Devono prima di tutto amare le narrazioni. C’è un racconto dietro ognuno dei suoi oggetti, oggetti associati ad una storia che li contiene, di cui sono parte…Non si spiegano solo di per sé stessi, ma stanno dentro una narrazione, quindi dentro uno scambio comunicativo. “L’oggetto appartiene a chi condivide la narrazione” -dice Raphael- “non limita la sua esistenza nell’appartenere a qualcuno”…E in fin dei conti chi potrebbe essere il proprietario unico di un oggetto? Come potrebbe esistere?…

L’uomo preistorico sembra vietasse la proprietà all’interno della comunità. Come sarebbe stato possibile infatti essere proprietari unici di un racconto? Se le cose non fossero circolate non sarebbe circolato nemmeno il racconto, non ci sarebbe stato modo di scambiare il senso del mito. Il possesso unico di qualcosa sarebbe stato in fin dei conti un blocco alla condivisione. E in ultima istanza sarebbe stato solitudine…

Oggi ci è oggettivamente difficile capire il senso con cui vivevano i primitivi l’atto dello scambio. Siamo portati ad interpretarlo tramite gli schemi caratteristici del nostro tempo, e tendiamo probabilmente ad equipararlo al “significato comunicativo dell’oggetto”, sul quale ad esempio Burdek, in un testo critico del 2006 cerca di fondare una Teoria del Design e individuare forse la principale tendenza contemporanea…Eppure per il primitivo l’apertura di significato sembra fosse un po’ più ampia…L’oggetto doveva essere innanzitutto un investimento affettivo ed identitario. Qualcosa di simile al valore che attribuiamo oggi a quegli oggetti, magari d’uso quotidiano, in cui si condensa il ricordo di un defunto o il ricordo della nostra infanzia e che per tanto riteniamo insostituibili; oppure ai gioielli di famiglia, da tramandare, con storie annesse, alle generazioni successive. Oggi però ci sono quasi sempre storie parziali dietro gli oggetti, percorsi individuali o al limite familiari; manca il senso globale, cosmico dietro ad essi. Non ci dicono

nulla sul modo di stare con gli altri, sulla natura, sul giusto, sullo sbagliato, sul bene, sul male…Strana società la nostra apparirebbe agli occhi di un primitivo. Una società infinitamente piena di cose, che ci circondano, forse anche ci soffocano…Eppure cose senza senso, senza connessione, senza valore comunitario ma solo individuale e  di cui disfarci come se nulla fosse da un giorno all’altro. Scambiare il senso dell’esistere tramite gli oggetti è interpretabile invece come un’azione rituale, così come conseguentemente lo è il produrre e il progettare. Anche la metodologia con cui si pensano gli oggetti fa parte di un rito. Tant’è che ogni designer ha le sue manie a riguardo…

Raphael Charles afferma di dedicare tempo, parecchio tempo alla fase di progetto, che è un provare, riprovare, rompere, ricomporre…Guarda all’errore come a ciò che sembra riuscito e prende tempo, lascia stratificare storie su altre storie intorno all’oggetto, che nasce da percorsi anche ludici, assume un significato temporaneo e rimane lì, fermo, magari per lungo tempo, poi, attraverso altri percorsi, manipolazioni,  si arricchisce di nuovi sensi e prende la forma finale solo quando –dice Raphael- “sento che gli oggetti mi rappresentano intimamente”. Non è questa una profonda relazione identitaria con l’oggetto e con  il lungo percorso dentro cui esso sta? ..Qui il progetto non può essere la traduzione di un paradigma, bensì un lungo percorso sempre aperto, mai chiuso, in cui ciò che si dice è altrettanto importante di ciò che si fa…E’ ovvio che anche per Raphael il racconto sia essenzialmente personale, perché nel nostro mondo oggi mancano racconti profondamente condivisi; tuttavia l’intenzione a considerare l’oggetto

come un tramite c’è in questo designer-architetto belga, e c’è anche l’apertura alla ricezione e alla possibilità di ulteriore manipolazione di senso da parte di chi utilizzerà l’oggetto. Basti pensare al “ Multiple”, ampliabile, organizzabile componibile all’infinito da chi lo utilizza. E’ un uso aperto alle storie che possono nascere su quei tronchetti magnetizzati…Incontri fra amici ad esempio…Un gatto che dorme sulla superficie calda del legno…Oppure un bacio ad una ragazza, seduti su una panchina ricomposta di fronte alla finestra per guardare fuori, perché proprio in quel momento il cielo è così bello che…E certo che è uno sguardo naif ! Perchè per guardare le cose così bisogna essere naif… Oppure primitivi…Oppure bambini. E’ uno sguardo ingenuo quello di chi vede se non il “tutto” almeno il “tanto” negli oggetti. Di sicuro oggi abbiamo uno sguardo analitico, sezionatore, microscopico, microconcentrato, microtecnico….Rapahel invece afferma di voler coltivare la sua stessa “naivetèe”, come unica possibilità di giungere all’invenzione di certi oggetti. ..

 Sia ben inteso: gli oggetti di Raphael Charles hanno forme assolutamente non infantili e non antiche. Sono anzi estremamente  contemporanei e raffinati pur senza concedere nulla alla moda, al vezzo e all’inutilmente estetizzante. Credo si possa dire che siano innanzitutto profondi, di una modernità fuori dal tempo in quanto connessa a mio avviso ad un modo di intendere le cose che scorre centinaia di metri sotto i giorni dell’oggi e che si riconnette allo sguardo e alla sensazione cosmica della primitività. Senza farne una questione lirica, penso si possa comunque parlare di una certa affinità tra due punti dello spirito collocati in momenti diversi…Prendiamo ad esempio l’orologio “Tree o’clock”…Ci sta il tempo millenario degli alberi rappresentato dagli anelli di crescita del tronco sezionato e la rottura del tempo ciclico, rappresentata dalla spaccatura del legno, dentro cui si insinua l’ombra del nostro modo di contare ore minuti e secondi …Oppure l’anello “Drop Ring” -sempiterna simbolizzazione del serpente uroboro- attrattivo ed attratto verso il basso, come l’attrazione alla terra dell’uomo nuovo e antichissimodi Nietzsche …Non c’è la dimensione cosmica che emerge , quasi per forza propria, all’insaputa dello stesso designer? Una dimensione cosmica che parla, tramite un anello d’oro ricoperto di metallo nero, della materia profonda di cui è fatta, delle attrazioni tra i corpi di cui si nutre, dei matrimoni che la rendono fatto sociale…E che dire poi se l’audio del video con il quale si apre la home page del suo sito altro non è se non un tam tam contemporaneo che porta l’eco di riti lontani? Non c’è affatto primitivismo nelle forme degli oggetti di Raphael Charles, ma c’è l’eco di un modo profondo, umanissimo ed ancestrale di relazionarsi con l’oggetto, con la vita, l’affetto, il racconto, la socialità…Sono cose che fanno bene all’uomo di oggi, probabilmente malato di solitudine cosmica.