GAE AULENTI

-Interview-

“A Casa”, n°40, 2012

GAE AULENTI A BERGAMO, Museo Bernareggi

 

Qualcuno le ha chiesto poi l’autografo, alla fine della conferenza…<< Ma che ve ne fate >> è stata la risposta, pronunciata con gentilezza ma anche con sincero stupore…E forse persino con un tono che poteva voler dire “allora non avete capito proprio niente”…Sembra quasi che al giorno d’oggi le domande vengano poste unicamente per fare piacere o per servire un assist all’intervistato…la curiosità di sapere, la possibilità di approfittare della conoscenza di chi ti sta di fronte si annullano spesso- non sempre ovviamente- in un rito celebrativo della persona, o dell’evento…Certo, il timore di porre domande a chi, come Gae Aulenti, ha veramente costruito un pezzo della storia dell’Architettura dal dopoguerra ad oggi, è grande. Così come comprensibile è il desiderio di una vicinanza diretta ad un maestro, pur anche quella di una firma, di una dedica, di un frammento, di una reliquia…Umano è il tentativo di compiacere…Ma…Ma c’è un “Ma”. Vediamo di arrivarci con ordine. Scrive la stessa Aulenti nel 1996: «L’architettura nella quale mi piacerebbe riconoscermi deriva da tre capacità fondamentali di ordine estetico e non morale. La prima capacità è quella analitica nel senso che dobbiamo saper riconoscere la continuità delle tracce urbane e geografiche sia concettuali che fisiche, come essenze specifiche dell’architettura […]. La seconda capacità è quella sintetica cioè quella di saper operare le sintesi necessarie a rendere prioritari ed evidenti i principi dell’architettura, in grado di contenere qualsiasi variazione e cercando di allontanare così dal progetto quel tanto di arbitrario che esso naturalmente possiede. La terza capacità è quella profetica, propria degli artisti, dei poeti, degli inventori. Se la tradizione di una cultura non è qualche cosa che si eredita passivamente, ma qualche cosa che si costruisce ogni giorno, questa terza capacità non può che essere una aspirazione. Una aspirazione a creare un effetto di continuità della cultura, a costruire le sue forme e le sue figure, con un contenuto personale e contemporaneo ». Analizzare, sintetizzare, profetizzare. C’è quindi il bisogno di circoscrivere qualcosa di oggettivo, di identificare “delle invarianti strutturali”, e c’è contemporaneamente l’anelito a contribuirvi soggettivamente, aggiungendo però elementi non gratuiti, bensì in dialogo con il contesto. “ Dove poggia un edificio?”, “Dove finisce?” , “Come entra la luce?”, “Di che materiale è fatto?” “Come si propaga il suono?”, “Come lo percorro?”, “Che cosa ci devo mettere dentro?”, “ Qual è la sua funzione?”…Queste sono le domande  che si pone Gae Aulenti mentre ci spiega ,qui a Bergamo, durante una conferenza al museo Bernareggi, alcune fra le sue opere più conosciute, mostrandone i disegni, raccontandone gli aneddoti, collocandole nel contesto in cui sono state pensate e realizzate e in cui continuano oggi perfettamente a stare. Ciò che tende a sottolineare del suo lavoro non è tanto la costruzione di una poetica, ma il tentativo di dare risposte personali e metodologicamente chiare a chiare domande di volta in volta poste dai diversi casi progettuali. “Se il metodo è quello giusto, se le domande che ci si pone sono corrette e se le risposte sono all’altezza, allora l’edificio continua a funzionare nel tempo”-dice.  Una linea progettuale e un modo di pensare progressista a cavallo fra moderno, post-moderno e contemporaneo che ha delle radici profonde , non solo nelle vicende dell’architettura, ma anche in quelle sociali e culturali. Perché veramente Gae Aulenti ha partecipato ai momenti fondamentali che hanno costruito la storia dal dopoguerra ad oggi. Antifascista, ha collaborato con i partigiani e ha militato successivamente nel P.C.I. Nel ’54, dopo la guerra, si è laureata al Politecnico di Milano ed è diventata assistente prima di G.Samonà e poi di E.N.Rogers. Dal ’55 al ’65 ha fatto parte della redazione di Casabella , punto di ritrovo dei migliori architetti dell’epoca e riferimento per la riflessione di un dibattito architettonico intercontinentale. Sul finire degli anni sessanta diventa poi vice direttrice dell’ADI, negli anni settanta entra nella redazione di Lotus International e nel comitato direttivo della Triennale di Milano. Insignita di innumerevoli premi internazionali, nel 1983 ottiene la “Medaille d’Architecture” dell’Académie d’architecture di Parigi e nel 1987 il titolo di “Chevalier de la Legion d’Honneur” conferitole dal presidente della repubblica francese Mitterand. Nel 1995 vine nominata Preside dell’Accademia di Belle Arti di Brera.

Nel 2005 fonda  la Gae Aulenti Architetti Associati, con sedi a Milano, Barcellona e Parigi. Nel corso del tempo ha collaborato con registi del calibro di Ronconi per la creazione di scenografie teatrali, ha progettato oggetti di design per Knoll, Zanotta, Artemide e suoi sono ad esempio oggetti quali la “Lampada Pipistrello” o la sedia pieghevole “April”, progettati per andare oltre la propria funzione e instaurare quasi legami affettivi e letterari con  l’utente. Ha firmato progetti di Architettura come il Musée d’Orsay a Parigi, la stazione di Cadorna a Milano, il museo Nazionale di Arte Catalana a Barcellona, il Museo di Arte Asiatica a San Francisco. Ha costruito insomma parti importanti dello scenario in cui in cui non solo si muovono, riflettono, osservano, si incontrano e transitano migliaia di persone oggigiorno, ma in cui si formano inoltre i riferimenti culturali ed estetici di un modo di guardare ed intendere oggi alcune tipologie di edifici. E tutto ciò indipendentemente dalle tendenze transitorie dell’architettura. Dice – a riguardo -Rykwert :«Oltre che piuttosto indifferente all’idea di essere considerata di moda, Gae Aulenti è anche serenamente disinteressata all’idea di passare di moda. Chi non teme né l’una né l’altra cosa risparmia parecchia energia: va avanti col proprio lavoro e aspetta che la moda lo raggiunga. E’ il caso di Aulenti, che è molto di moda in questo momento, malgrado ci sia arrivata senza provarci. »

Non è la firma che conta. Non è il marchio o addirittura il marketing dello stile. Ciò che conta è ciò che resta. E’ contribuire a creare gli scenari in cui transitano le persone che li attraversano e li visitano, quel che conta è farlo bene, permettendo di abitarli, di amarli anche, di utilizzarli per migliorare il proprio stare nel mondo, senza dimenticare il passato, guardare il presente e migliorare il futuro. “Quel che conta è la vita” si potrebbe dire in questo caso parafrasando le parole di un altro grande dell’architettura mondiale, Oscar Niemeyer…

E allora forse, messa così, suona meno strana la reazione sorpresa dell’architetto Gae Aulenti alla richiesta di autografi: <<A che serve?”… “Che ve ne fate?” >>…Guardandola dietro i suoi enormi occhiali rossi, sembra quasi  che si stia chiedendo: “ che cosa avete preso delle mie parole di prima se ciò che mi chiedete ora è una firma?”…”che senso ha il mio autografo nel mondo in cui, uscendo di qui, andrete…Che senso ha per ciò che voi siete?”. Già. Chi siamo? Alla fine, anche se partono dai pilastri, dalle finestre, dai metri quadrati, tutte le domande, tornano lì.