FRANCIS BACON

-Critical Text-

“A Casa”, n°40, 2012

<< Le radiografie>> rispondeva Francis Bacon a chi gli chiedeva quali fossero le sue immagini preferite, quelle che sapessero descrivere l’inizio e certi perché delle pennellate nei suoi quadri….

In mostra all’ICA, dopo una lunga assenza durata dal 2009, l’irlandese torna a Londra.

Bacon nasce a Dublino nel 1909. Pittore figurativo in un’epoca di astrattismo , cosa abbastanza anomala in un periodo storico incline per destino all’avanguardia e alle passioni informali.

<<L’astrattismo, se non adeguatamente sostenuto, rischia di cadere nella decorazione >> dirà . E ne sarà espressamente convinto  già negli anni30, poco più che venticinquenne, quando avrà inizio la sua indagine diagnostica sull’uomo e fin dentro l’uomo, soggetto pressoché unico e protagonista indiscusso di tutto il lavoro di una vita. Volti e corpi per tenere fermo il timone e non deviare dalla rotta intrapresa per circumnavigare la bolla di spazio vuoto intorno all’individuo e circoscrivere con pennellate sovrapposte e –nella loro sontuosa raffinatezza –sempre più rivelatrici la materia di cui è fatto l’uomo, ovvero la sua carne, non quella biblica, bensì quella biologica, l’unica essenza umana di cui si possa dire realmente qualcosa se non  addirittura l’unica di cui si possa affermare l’esistenza. E con cui far coincidere l’uomo tutto. Una poetica che lo accomuna bizzarramente al Realismo di Courbet. Ma qui non è la natura e il suo Essere che vengono presi in considerazione. Qui c’è l’insistenza-quasi la pressione fisica, l’abrasione- sulla carne, ridotta a poltiglia, ricollocata nel corpo con lo strumento di tortura del pennello…e già le parole confondono, esagerano

in un’enfasi di cui la pittura di Bacon non da eccessivo segno, perché la sofferenza c’è ma è inscritta essa stessa nel destino della carne.

Guarda le radiografie Bacon e noi con lui, attraverso gli “studi di figura” del periodo 45-46.  E’ con queste tele che si apre  la mostra di Palazzo Reale, che si snoda per cinque sale seguendo la progressione cronologica dei suoi lavori .Nei famosi “Heads”, realizzati a partire dagli anni cinquanta e collocati nella seconda sala, vengono portati a compimento alcuni di quegli  elementi stilistici divenuti poi la cifra del suo lavoro ( almeno per il pubblico), come i segni che ingabbiano le figure , le bocche urlanti nel vuoto e lo spazio silenzioso che le circonda.

Sarebbe sufficiente quest’operazione di annullamento di ogni rumore per poter affermare il valore e l’abilità di Francis Bacon. Quel rumore che ha sempre trovato traccia e allusione nella pittura a partire dal Rinascimento, viene ora del tutto espulso dal vuoto pneumatico  delle sue composizioni. Bacon riesce, ben più che Reinhardt o Morris nell’impresa filosofica di aver prosciugato la pittura di ogni suono.

E lo fa grazie all’azione chirurgica di una mano mossa da un pensiero che ha asportato l’illusoria presenza di un  lenitivo contatto con le cose e l’altrettanto illusoria idea di un livello di contatto che non sia quello fra corpi. Anzi, si potrebbe dire che in quasi tutti i quadri del pittore Irlandese l’unico contatto avvenga fra parti del corpo stesso, sciolte l’una nell’altra, in una miriade di cellule in fermentazione. Esiste solo la biologia e la pittura. La carne e la sua (radiografica) rappresentazione. Vero è che l’immagine della bocca urlante disseppellisce dal nulla e dal buio un patimento che si può dubitare non abbia solo origine biologica ; ma poi l’assenza di aria per il respiro smorza il dubbio e non permette un ulteriore apparire di umanità tradizionale, perché non vi alcuna traccia di presenza di atomi attraverso i quali comunicare e diffondere l’urlo nell’universo e sostanziare l’idea che quel corpo sia qualcosa di più che un silenzioso e isolato ammasso di cellule lontano da tutto, al pari di un ammasso di scorie minerali collocato a fluttuare in qualche parte infinitamente distante del vuoto siderale.

Il percorso continua poi guidando l’osservatore attraverso una sequenza di opere realizzate con sempre più perizia e con sempre maggiore abilità e virtuosismo nel corso del tempo, fino agli inizi degli anni novanta. Il buio nero col tempo diventerà colore pieno e talvolta tenero, dolce tenue e allegro. I colori si arricchiranno ma saranno trasferiti pur sempre nelle tumefazioni accese sulla carne dei suoi soggetti . Rimarrà lo spirito diagnostico. Pian piano le gabbie si scioglieranno, le bocche digrignate scompariranno, ma al centro della composizione rimarrà sempre lui, l’Uomo di Bacon, l’ammasso biologico, sospeso e dolorante,  a volte tenera a volte fredda presenza in uno spazio senza senso che è tutto il suo mondo e nel quale già si sta consumando.