ALVARO SIZA

-Interview-

“A Casa”, n°42, 2013

Intervista con Alvaro Siza

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La sigaretta brucia lentamente nelle mani di Alvaro Siza mentre parla seduto nel cortile dell’Accademia. Riflette e parla, in italiano perfetto, all’aperto, di fronte all’edificio del museo di arte contemporanea,  risponde alle domande che gli vengono poste. Nel suo discorrere da forma ad una riflessione, nessuno slogan, si vede che è un pensiero in evoluzione, però preciso, espresso nei toni essenziali e morbidi di un modo di parlare e di un timbro basso e sereno, come assolato. La bellezza del modo di guardare le cose nella terza età, la ricchezza di un  pensiero che contiene in poche, sintetiche parole, una lunga catena di riflessioni. Il tutto in un discorso pausato ogni tanto da un tiro di sigaretta…Ma senza respirarne il fumo –dice. Chissà se ha ragione chi afferma che nelle parole di ognuno si trovi indelebilmente impressa la luce del luogo da cui proviene. Oporto e Lisbona sembrano in questo caso stare stare lì…Sotto il cielo blu di una bella giornata di sole…. . K.Frampton ha scritto : << Nell’assumere Aalto come punto di partenza, Siza ha ancorato i suoi edifici alla configurazione di una topografia specifica e alla trama sottile del tessuto locale. Su questi proponimenti, le sue architetture sono risposte precise alle caratteristiche urbane e territoriali…>>. E in effetti il tema della città e il suo essere un tutt’uno al di là della divisione in parti, è uno dei punti intorno a cui si coagulano domande e risposte… Seduto, tranquillo e riflessivo, alternando biografia, teoria e ironia l’architetto portoghese racconta di come nella città centro e periferia debbano essere considerati parti di un insieme continuo, in dialogo reciproco e con la storia; sottolinea l’importanza della complementarietà delle diverse scale dell’intervento architettonico, dal quartiere al monumento; spiega la necessità e il valore primario di un’architettura sociale, in cui sia l’edilizia popolare, sia il museo contribuiscono in maniera collaborativa a migliorare il vivere e lo sviluppo della persona di ogni ceto; fornisce una ricchezza di visioni e consigli che in Italia purtroppo non verrebbe oggi nemmeno presa in considerazione. Nel nostro paese infatti -fa notare uno dei presenti- l’architettura viene solamente intesa come un “abito” con cui vestire scelte prese altrove. Ci sarà o no una spiegazione al fatto che l’ultima volta in cui l’Italia ha fatto tendenza nel panorama dell’architettura mondiale – salvo eccezioni individuali che purtroppo confermano la regola generale- sono stati i lontani anni settanta? Proprio negli anni cardine per la definizione della poetica di Siza. E ci sarà una ragione per cui la qualità architettonica viene oggi sviluppata solo a livello accademico, nei corsi, nei dipartimenti e solo di rado viene recepita nelle sue profonde istanze dalla società? Ci sarà una spiegazione alla devastazione del territorio e della sua bellezza? Ci sarà insomma un problema di sistema? E così via. Domande e ulteriori risposte, che interagiscono reciprocamente e orientano una discussione molteplice e complessa. Tutti siamo lì, in quel cortile, interessati a chiedere a Siza di questo e di quello, del passato, del presente e del futuro dell’architettura, delle sue relazioni con la società, con l’economia, con la tecnologia, con i codici, coi limiti…Gli chiediamo di farci capire tutto ciò attraverso la sua architettura, la sua opera, perché sappiamo che lì vi è uno snodo attraverso cui passa l’architettura con la A maiuscola. Qualcosa però dei lavori di questo maestro portoghese rimane senza spiegazione. E’ qualcosa di inespresso, che attiene a qualcosa di profondo. C’è sempre l’impressione che il mistero non si sia rivelato fino in fondo nella descrizione di ciò che si vede delle sue architetture. L’impressione di un qualcos’altro che solletica, dietro l’impalpabile velo di Maya, chi lo sfiora avvicinandosi, senza nemmeno vederlo. C’è sempre l’impressione di non riuscire a darne una definizione definitiva, circoscrivente delle sue opere. Come cercare di chiudere in una mano il fumo di una sigaretta. Stando ad una classificazione abbastanza condivisa Siza fa parte di quella linea che in Architettura è stata definita regionalismo critico. Storia e continuità sono quindi termini importanti per capire il dialogo delle sue architetture col contesto, sia esso naturale od artificiale. Ma il rapporto non sembra nel suo caso affatto mimetico, bensì, piuttosto, poetico. Attiene ai modi in cui si crea un dialogo tra le due parti, non al modo in cui una delle due cerca di assecondare o imitare l’altra. Ed e’ probabilmente il tema della “Poesia” la scaturigine dei misteri. La poesia –dice Siza- non è altro, non è esteriore all’architettura. Fa parte dell’architettura stessa. E’ fatta coi suoi elementi, coi suoi materiali, è data dalle sue pause, dalle sua ampiezze o restrizioni, dai vuoti, dai pieni…La continua produzione di senso attuata da un’architettura in dialogo poetico con l’intorno necessita ovviamente di un terzo elemento, cioè l’uomo, per  esistere. Sta in questo incrocio di complessità mutevoli, intenzionalmente evocato e chiamato in causa da Siza l’impossibilità di arrivare ad una definizione esaustiva del suo lavoro.