SEGNI E DISEGNI DELLA MARGINALITA’

Paper presented at the XIV Conference of SIU

Torino, 2011

Segni e disegni della marginalità: il caso dei Rom

Verso una progettazione architettonica  nei territori dell’esclusione

 

autore: Roberto Rota

conferenza-torino

 

 

 

1 Intro

 

1.1 [ Premessa ]

I segni delle modalità abitative e insediative Rom rivelano la traccia di un processo di marginalizzazione operato da una società “maggioritaria” -a cui appartengono e dentro cui si definiscono- ; non sono il prodotto di una cultura o di una dimensione antropologica altra. Frutto di un adattamento reattivo da parte di gruppi “deboli”, impossibilitati ad opporre forte resistenza, il caso dell’abitare Rom mostra bene l’impronta delle forze da cui è plasmato e contribuisce a delineare la fisionomia degli esiti abitativi prodotti dal mutamento dei territori e dei luoghi contemporanei.

1.2 [ Ipotesi ]

1.2.1 Il presente scritto corrisponde in prima battuta al tentativo di argomentare e specificare tale premessa, articolandosi attorno ad alcune domande ritenute fondamentali per costruire una comprensione delle argomentazioni nel quadro delle richieste del congresso;  ma già nel farlo delinea due prospettive distinte verso cui orientare le medesime risposte. Una prima direzione considera il caso abitativo della maggioranza dei gruppi Rom –si noti bene, non della totalità – come una condizione limite, come una situazione posta su un margine estremo –che è sociale, fisico ed economico insieme- su cui si trovano collocate forme abitative materiali (disagiate), forme di cittadinanza (ridotta) e forme di diritti (negati) eloquenti nel qualificare gli esiti dei processi che le hanno generate ed esigenti nell’interrogare la progettazione architettonica e urbanistica sul senso delle proprie scelte; una condizione estrema ritenuta comunque a pieno titolo necessaria per costruire un’immagine di ciò che significa abitare i territori oggi, senza decurtazioni ed emendamenti.

1.2.2 Una seconda direzione –provocatoria- interpreta invece il caso abitativo Rom come una possibile anticipazione a piccola scala di qualcosa che potrebbe interessare in futuro parti più consistenti della società, ipotizzandolo come una sorta di avanguardia alle latitudini nostrane di quel processo di costituzione di un proletariato informale che Mike Davis descrive come esito dell’espulsione dai processi produttivi di “persone biologicamente e funzionalmente in soprannumero “ (M.Davis, 2004). Secondo questa direzione interpretativa, dunque, la condizione abitativa Rom potrebbe guadagnare una posizione di maggior rilievo nel contesto di una riflessione sul significato dell’abitare odierno, passando da condizione limite per pochi, a futura condizione possibile per molti, almeno per quanti del corpo sociale dovessero essere sospinti al di fuori del sistema produttivo e dall’accesso alle risorse; una condizione abitativa “latente”, pronta a verificarsi laddove le circostanze lo permettano, in quanto contenuta nei presupposti generali di un mutamento sociale ed economico.

1.3 [ Obiettivo ]

L’obiettivo dell’articolo non è tuttavia quello di approfondire ulteriormente queste due prospettive, né optare per l’una o per l’altra. Non è nelle possibilità di chi scrive una tale scelta. Esse rimangono piuttosto in campo come due ipotesi, come sfondo su cui proiettare dialetticamente il vero intento di questa riflessione, ossia quello di inferire alcune caratteristiche necessarie alla progettazione architettonica e porre il problema circa un possibile adattamento dei suoi requisiti in risposta al processo di esclusione dall’accesso alle risorse e di marginalizzazione di parti del corpo sociale. In sintesi, il presente contributo, cercando di rispondere alla domanda del congresso ( “che cosa significa abitare oggi ) e fornendo una risposta parziale attraverso la descrizione di alcune forme abitative Rom ( di cui si cerca di argomentare la relazione con processi di dimensione sociale ed economica più ampia, dentro cui stanno e dai quali sono generate) vuole in ultima istanza porre una serie di domande, tracciare un percorso di ricerca e sviluppare alcune riflessioni che vanno verso il tentativo di configurare criteri e caratteristiche di una progettazione architettonica che operi all’interno di contesti e di processi di marginalizzazione.

2 Segni e disegni della marginalità Rom

 2.1 [ Modalità abitative Rom ]

Le modalità abitative Rom sono ben più di una; tuttavia, sintetizzando, qui ne verranno citati sei tipi[1] :

-il campo “autorizzato”

-l’accampamento informale

-la “microarea”

-l’inserimento in edilizia convenzionata

-l’area attrezzata

-il terreno agricolo privato

 

Facendosi guidare dal principio per il quale ogni affermazione generale trova nel caso particolare una situazione che ne è solo parzialmente conferma, è tuttavia possibile operare delle descrizioni di massima delle sei modalità esprimendo alcuni caratteri che si ripetono, così come rilevabile dai lavori di ricerca, dalla bibliografia, dalle indicazioni delle associazioni e degli stessi Rom interessati.

Innanzitutto sono osservabili tre schemi generativi ricorrenti: coatto, spontaneo, partecipativo. Nel primo trovano posto il campo “nomadi” amministrato, l’inserimento in edilizia popolare e per certi versi anche la stessa area attrezzata. Sotto il secondo schema sono riconducibili l’accampamento informale e l’insediamento su terreno agricolo privato. Appartengono al terzo genere invece la micro-area e la sua estensione concettuale che è il villaggio (somma di microaree). In questi casi infatti la progettazione nasce spesso attraverso la partecipazione congiunta di amministrazioni illuminate, organizzazioni operanti nel sociale e diretti interessati.

In ciascuna delle sei tipologie non sembra ravvisabile una comune preferenza stilistica imputabile a presunte comunanze culturali, rituali, antropologiche. Non trova quindi espressione l’idea che vi sia un “modo Rom” nell’organizzazione tipologica dello spazio, risultato di una concezione simbolica e culturale specifica, così come non risulta rilevabile una “forma” o meglio una “figura” specifica dell’abitare Rom.

Anche se è osservabile nei casi spontanei una tendenza alla disposizione dei corpi di fabbrica tale da permettere il dispiegarsi delle relazioni sociali interne alla famiglia allargata, a parte ciò, le tipologie degli aggregati abitativi sembrano più che altro il risultato di criteri di buon senso nello sfruttamento dello spazio o di necessità di adattamento ai vincoli del sito.

E’ largamente riscontrabile invece una strategia di “bassa visibilità” degli insediamenti, perseguita tanto nello schema coatto quanto in quello spontaneo; mentre nel primo caso la ragione di tale strategia può essere spiegata tramite una convergenza di logiche economiche e di convenienza politica per le amministrazioni comunali, nel secondo caso si ipotizza una vera e propria politica insediativia Rom, una strategia autoprotettiva sviluppata come risultato della sequenza storica di aggressioni subite dalla società maggioritaria (Piasere, 2004).

Per quanto riguarda le singole abitazioni bisogna operare delle distinzioni. La forma del campo nomadi amministrato vede l’utilizzo prevalente di strutture precarie, siano esse roulottes della protezione civile riadibite, come nel caso di Triboniano a Milano, siano esse containers , o siano abitazioni autocostruite dagli stessi residenti. La precarietà strutturale, l’insicurezza e i materiali di recupero più disparati sono invece la norma nell’accampamento informale.

Nell’insediamento su terreno agricolo privato prevale piuttosto la mobil-house. Si distingue la microarea, abitualmente caratterizzata da livelli di qualità dei materiali e dotazioni impiantistiche a norma di igiene.

Un’analisi da me condotta in precedenza su alcuni aspetti di agio-disagio relativi alle sei forme abitative viene presentata in fig.1. L’analisi aveva come punto di riferimento gli esempi specifici del campo di via Triboniano e di via Idro a Milano, l’accampamento informale sotto il cavalcavia di Bacula a Milano, il nuovo “campo nomadi” di Mantova, il campo ospitante alcune famiglie Sinte, quello ositante alcune famiglie Rom provenienti dall’ex-Jugoslavia e il “villaggio delle speranza” a Padova, il progetto di micro area “Sucar Plaza” a Guastalla e alcuni terreni agricoli privati monofamiliari  disseminati tra Mantova e Reggio Emilia.

Da questa, come da molte e più approfondite, analisi, risulta evidente l’inadeguatezza della principale forma in cui prendono corpo le politiche abitative in materia Rom, ovvero il campo istituzionalmente amministrato. Esso appare come il condensato simbolico del modo in cui la società maggioritaria pensa gli zingari, e dal discorso politico al discorso comune la nozione di campo sembra essere l’espressione naturale delle forme dell’abitare Rom (Tosi, 2008); Il fenomeno ha invece una sua storia e una sua evoluzione, ed inizia verso la fine degli anni ottanta con il decreto del 7 aprile del 1989[2] emanato per stanziare fondi nazionali destinati alla creazione di aree attrezzate in cui spostare quegli insediamenti Rom e Sinti che si erano andati a creare nelle periferie delle città durante tutto il decennio precedente, in conseguenza del progressivo erodersi degli spazi di sopravvivenza economica tradizionale e la conseguente ricerca di minime risorse presso discariche o terreni abbandonati ai margini delle città in espansione ( Calabrò, 2008). Da allora tale formula ha trovato sempre più ampia applicazione rappresentando assieme agli sgomberi la politica più attesa dalle amministrazioni locali.

La logica sottesa al campo nomadi è basata su alcuni pilastri fondamentali:

-“specialismo”, ovvero l’idea che i Rom siano speciali ( A.Tosi, 2008 ), diversi antropologicamente, soprattutto  nelle scelte abitative, spesso identificate erroneamente col nomadismo[3]

-“riduzionismo”, ovvero la convinzione di una sostanziale uniformità delle preferenze abitative (per lo più precarie, residuo di supposto nomadismo)

-“assimilazionismo”, ovvero l’idea che la soluzione del problema non può che presentarsi nella forma di una trasformazione necessaria sul modello offerto dalla società maggioritaria;

-“emergenzialismo”, ovvero l’idea di una risposta temporanea ad una emergenza conclamata per far fronte ad un problema che non può autorisolversi secondo criteri canonici

-“segregazionismo, controllo e repressione”, ovvero la pratica di collocare spazialmente i campi in aree non visibili e separate dai tessuti relazionali e dei servizi, circoscrivere il problema in un ambito territoriale identificabile ( Piasere, 2004) e poter di conseguenza controllare il fenomeno imponendo molteplici forme di divieti.

 

FIG.1: agi e disagi rilevabili in alcune modalità abitative Rom. Autore: Roberto Rota

 

2.2 [ Processi determinanti e forze in campo ]

Le forme abitative Rom e le loro caratteristiche, la storia di come si sono prodotte, le regole a cui sono assoggettate, mostrano un quadro in cui è possibile scorgere alcune tracce dei processi che le hanno prodotte. Come ho detto precedentemente, l’abitare Rom si spiega in relazione alla società in cui essi sono immersi e di cui sostanzialmente fanno parte, anche se ne occupano spesso “gli ultimi  gradini”. Non si spiega invece in relazione ad una presunta “specificità Rom” che, almeno da un punto di vista abitativo, non emerge facilmente da nessuna analisi.

L’abitare Rom è determinato innazitutto da un processo di marginalizzazione, spaziale e sociale. Gli zingari subiscono una costante azione di “respingimento” verso le zone più marginali del territorio. Da un punto di vista fisico questo determina la collocazione degli insediamenti nelle zone di risulta, o in zone a bassissimi standard qualitativi, igienici, sanitari, nei pressi di discariche, svincoli , tangenziali, ferrovie, dove il valore fondiario è bassissimo ( A.Tosi, 2007) ; che la collocazione sia imposta o spontanea, essa rivela ad ogni modo un allontanamento fisico dal nucleo principale degli aggregati abitativi , tale da connotare gli insediamenti Rom come enclaves autoreferenziali delimitate non di rado da un limite preciso e tangibile[4]. Una separazione fisica che alimenta una separazione sociale.: i servizi sanitari o di aggregazione giovanile diventano difficilmente raggiungibili; spesso strade ad alta percorrenza separano gli insediamenti dal centro degli abitati e rendendo difficili gli spostamenti per le provvigioni; l’assenza completa di collegamenti coi trasporti pubblici rende problematico l’ inserimento scolastico dei bambini.

Da un punto di vista urbanistico la collocazione di quantità ingenti di persone in determinati ambiti territoriali non sembra spingere le amministrazioni ad una riflessione sugli standard conseguenti, sulle dotazioni minime necessarie, quasi si trattasse di persone dai diritti ridotti ( Osservatorio sulle discriminazioni, rapporto 2008).

Principale forza del processo di marginalizzazione sembra essere ciò che T.Vitale definisce come “Azione Pubblica”, ovvero come una grande varietà di attori e di forme di mobilitazione, a più livelli, comunque inscritti all’interno di relazioni di tipo politico, che riconfigurano –nel loro agire e interagire- lo Stato e la sua azione ( T.Vitale, 2008, pag.12) . In questo complesso di convinzioni, pratiche, politiche, decreti, azioni, si intravede nell’attuale fase, un protagonismo marcato di “imprenditori morali” interessati alla costruzione di un consenso immediato, da ottenere tramite politiche demagogiche, volte ad una soluzione semplificata dei problemi. L’accettazione della presunta auto-evidenza dell’efficacia delle politiche demagogiche conduce alla riduzione della varietà di soluzioni abitative proposte ai Rom e ad un certo “fatalismo” del complesso degli attori pubblici sulla possibilità di operare altrimenti ( T.Vitale, 2008 ).

Un secondo processo determinante per le forme abitative, e strettamente connesso al processo di marginalizzazione, è l’esclusione dei Rom dall’accesso alle risorse dei territori su cui sono insediati. Da un lato il fenomeno è riconducibile alla sequenza storica dell’insieme delle politiche in materia, spesso discriminanti (Sucar Drom, 2009), come dimostrano anche i recenti divieti per i Rom di entrare in possesso di case popolari nonostante ne avessero di fatto diritto; dall’altro –anche se sarebbe necessaria un’adeguata contestualizzazione storica e geografica- esso nasce dall’erodersi di quelle nicchie di lavoro tradizionale -in Italia tendenzialmente artigianale- che i Rom erano riusciti a ritagliarsi all’interno di una società industriale ma caratterizzata da ampie zone ancora rurali  (Calabrò, 2008). I rom pertanto si troverebbero in una fase di transizione lavorativa in cui le abilità spese fino a ieri non sarebbero più adeguate e necessarie nel contesto attuale. Da un punto di vista abitativo le ricadute dell’essere al di fuori dei rapporti economici maggioritari e del subire politiche discriminanti pongono un gran numero di Rom all’interno di un circolo vizioso: senza il potere economico per acquistare una casa, necessitano quindi di un lavoro per costituire un minimo di capitale; il lavoro tuttavia viene loro negato in virtù del fatto che non hanno una residenza fissa oppure abitano in un “campo nomadi”, deterrente sufficiente per il diniego. L’impossibilità di accedere alle risorse spiega tanto l’impossibilità ad uscire dai campi amministrati quanto lo stato di precarietà e degrado di molti insediamenti spontanei, l’utilizzo di materiali di scarto, deperibili, l’assenza di dotazioni impiantistiche, l’impossibilità all’acquisto di più che un terreno agricolo.

TAV-1-